#BCM23 DIARIO DI BORDO - 14 novembre

14/11/2023

La guarigione delle parole

La sala è buia, sotto le luci del palco vediamo muoversi un corpo esile ma deciso, che pare danzare. Da lì, arriva una voce delicata, sottile, quasi di bambina. Una voce che sa scandire ogni parola per mostrarla nuda, trasparente nella sua limpidezza: «Mai scriverò/ come ci fosse confidenza/ tra me e la lingua,/ sarò sempre un’ospite che bussa/ discreta o furiosa». Eppure, com’è che in questo buio, in cui anche i frequenti colpi di tosse autunnali non trovano pace, riusciamo a palpare tutta l’intimità con questa cosa così materica che ci cresce in gola e preme per uscire? Qui, la parola recitata ci ricorda che la poesia vive nel suo farsi corpo, nel lasciarsi trascinare dal suo suono. Pane del bosco (2020-2023), la nuova raccolta di poesie di Chandra Livia Candiani, nasce dalla scelta di andare ad abitare in una casa nel bosco, lontana da quella Milano pur a lungo amata nei suoi misteri. Nel bosco, ci dice Candiani, viene accolto tutto quanto, persino la morte. Lì, l’esperienza, anche quella del dolore, non sommerge né isola, ma risuona e mette in connessione. Nel bosco siamo ciò che siamo, continuamente visibili: la lentezza, l’inoperosità, la fatica – banditi dalla città come difetti – qui non possono essere nascosti. Non importa sapere i nomi degli alberi («ah, questa sciocca idea/ di dover sempre imparare qualcosa!»), ma sentire la luce sbucare rada tra le foglie e i suoni dei piccoli animali scappare tra gli arbusti. Al sicuro dalle trafficate strade di Milano, ascoltare le parole di Candiani è come ritrovarsi in una radura, dopo una lunga camminata. Poesia, forse, è questo aprirsi del bosco. Ma, in realtà, cosa sia poesia Candiani ce lo fa capire: è gentilezza amorosa, un amore preciso e ordinario, è una promessa che continuamente risuona, «Vi sfameremo tutti».

                                            Tecla Domeniconi

Lotta alla poesia

Cosa ho scovato nella seconda giornata milanese di BookCity? Al termine delle mie lezioni sono corsa via per un pomeriggio all’insegna della cultura. La scoperta più rilevante del panorama è stata quella dello Spazio Alda Merini Casa delle Arti, una realtà a me del tutto sconosciuta. Leggendo la Merini, ho sempre saputo della sua vita al di sopra delle acque del Naviglio. La famosa casa di Ripa Ticinese 47 non esiste più. Quello che ne è rimasto, ovvero tutti i suoi oggetti, sono proprio custoditi in questo spazio. Una struttura accogliente come la gente che la vive. A prima vista sembra di entrare in un bazar, con al suo interno le merci più curiose e dissonanti. Alda diventa una di quelle divinità da idolatrare. Le immagini che la raffigurano sono ovunque. Tutto è stato arredato come se lei fosse sempre stata lì. Su un tavolino una macchina da scrivere con sopra tre rose, intorno mozziconi di sigaretta e rossetti aperti. Salendo le scale si può accedere alla sua camera. Quella è disordinata ma di quel disordine vissuto, quello più reale. Nella stanza solo donne. Su di loro si è incentrato l’incontro Donne in poesia: la giovinezza del canone. Sono state dieci le poetesse a leggere. I temi toccati si divincolavano dalla maternità alla condizione animale, riflettevano sulla guerra e sull’arte, cantavano le libellule o le ragazze indistintamente. A fare da padrona di casa, insieme alla direttrice dello spazio, c’era Diana, un beagle di undici anni. Se ne andava in giro scodinzolando. All’aperitivo di fine evento nessuno le ha offerto nulla da sgranocchiare. Quei suoi occhi dolci non son serviti poi più di tanto. Tutte quelle donne si conoscevano, sembravano completamente a loro agio. La maggior parte delle signore lì presenti avrebbe potuto farmi da nonna. Le uniche giovani reclute eravamo io e le mie amiche universitarie. Dopo le prime due ore d’evento ci stavamo iniziando a decimare, la poesia era come melassa. Più se ne aveva, più se ne era felici; più si necessitava tempo per digerirla. Attraverso l’arte poetica raccontavano di come nella gioventù avessero iniziato a combattere per la loro voce, come affrontavano il patriarcato, come tentavano a suon di versi di conquistarsi il loro spazio. Ma noi giovani reclute, saremo oggigiorno in grado di fare lo stesso?

                                        Erika Paoletti

Città e MIto

A Milano pioviscola, fa freddo e il grigiore sembra inghiottirmi mentre cammino per 40 minuti, diretta al mio secondo incontro di BookCity, “Città italiane nel Novecento: utopie, distopie, miti politici”. Raggiungo la sala Pio XII, parte dell’Università Statale, e mi domando come un luogo del genere possa coesistere con una città come Milano: l’aula che mi trovo davanti è infatti accogliente, calda, un po’ antiquata. Il contrasto mi fa sorridere: è davvero questa l’idea che ho della città in cui vivo? Milano è davvero un luogo in cui l’accoglienza, il calore, la storia sono un’eccezione, di fronte all’innovazione, l’individualismo e la freddezza? L’incontro inizia e, immediatamente, i professori Bracco e Bartolini sottolineano l’idea di una città mito, fatta di interazioni, recipiente di memoria, prodotto di politiche e utopie. La città che descrivono è Trieste, tra gli anni 1945-1950, scenario di politiche e influenze e grande laboratorio in cui far incrociare prospettive diverse. Una città, dunque, è molto più di uno spazio urbano, ben collegato e dotato di servizi. È una realtà che rispecchia la storia delle persone che ne hanno fatto parte, con le loro aspettative, i loro sogni e i loro valori. Mi rendo conto che ogni città, inclusa Milano, contiene al suo interno interazioni e contraddizioni, ed è figlia di politiche che si alternano continuamente, evolvono ma non scompaiono mai. Quella che sembra una città frenetica, chiusa e grigia, è in realtà lo scenario di una molteplicità di luoghi che, seppur non protagonisti della vita cittadina, contribuiscono a renderla viva, ma soprattutto vissuta. Non è quindi impossibile trovare al suo interno posti che sembrano inizialmente non appartenervi, ma che rispecchiano la molteplicità di stimoli e persone che ne hanno fatto la storia. Esco dall’aula consapevole dell’importanza di considerare una città nel suo profondo, tramite le ideologie che vi si sono alternate e che si alterneranno, tradotte in edifici e spazi pubblici, fatti di interazioni tra cittadini e dialoghi con altre realtà urbane. Altri 40 minuti mi aspettano ma stavolta non mi guardo i piedi, guardo in su, verso la città e mi chiedo quali miti, sogni e utopie persone come me vi abbiano nascosto.

                                            Vanessa Cecchi